Al Teatro Studio la stagione 2016/2017, dal 31.1 al 5.2 "Truman Capote. Questa cosa chiamata amore"

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Il Teatro Studio Mila Pieralli86 spettacoli, 13 prime nazionali, 11 produzioni, 10 coproduzioni. Per la prima volta la Fondazione Teatro della Toscana presenta in un sol colpo le sue quattro stagioni, quelle degli spazi d’area fiorentina, la Pergola, il ritrovato Niccolini e il Teatro Studio ‘Mila Pieralli’ di Scandicci, che la Fondazione gestirà per i prossimi tre anni, e quella del Teatro Era di Pontedera. Un’offerta cospicua da settembre 2016 a maggio 2017 con i più importanti nomi del nostro teatro, come Gabriele Lavia, Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, la Compagnia di Teatro di Luca De Filippo, Massimo Ranieri e Maurizio Scaparro, Glauco Mauri e Roberto Sturno, Luca Barbareschi, Mariangela D’Abbraccio e Geppy Gleijeses, Luigi De Filippo, Giulio Scarpati e Valeria Solarino, Laura Morante, Massimo Ghini, Elio, Toni Servillo, Archivio Zeta, Roberto Latini, Roberto Bacci con la novità Il nullafacente di Michele Santeramo, Zaches Teatro.

Continua la collaborazione con Cango per il cantiere internazionale “La democrazia del corpo” dedicato alla danza contemporanea con in programma Cantico dei cantici e il debutto di Babele, entrambi di Virgilio Sieni. Il grande teatro internazionale è rappresentato, all’interno dei festeggiamenti per i 150 anni dei rapporti tra il Giappone e l’Italia, dagli attori e musicisti di teatro N? e Ky?gen guidati dal maestro Sakurama Ujin. E poi i lavori del gruppo dei Carissimi padri…, il ciclo “Alluvione. 50 anni dopo”, i progetti speciali Sognare a teatro e Il sogno di Alice, il “Natale da favola” e anche una mostra dedicata ad Arnoldo Foà nel centenario della nascita. Questa è la geografia: la Pergola come luogo dei grandi allestimenti, il Niccolini come teatro dell’attore e della parola in italiano, Scandicci come il laboratorio nel quale andare alla scoperta di un nuovo specifico per la scena, Pontedera con una programmazione composita che unisce al teatro di ricerca il miglior teatro di tradizione.

Presentare una programmazione fatta di più di ottanta spettacoli, ripartiti in quattro teatri diversi che coprono un’area in grado di attraversare nella sua larghezza la Toscana, non è un gesto banale, soprattutto di questi tempi. Si tratta, però, di una naturale evoluzione del cammino intrapreso appena un anno fa, con l’ottenimento dello status di Teatro Nazionale. L’assetto della Fondazione Teatro della Toscana si è adattato in questi mesi alle necessità di un nuovo volo, ha cambiato l’angolazione delle ali, ha effettuato cabrate e mutamenti di quota, ha modificato la rotta per evitare quelle tempeste che al giorno d’oggi sempre più affliggono le organizzazioni culturali. Non tutto sempre è stato compreso, ma è difficile dall’esterno valutare con precisione la rotta di un aereo: l’importante è che compia il proprio percorso. E non si può dire che un tragitto la Fondazione non l’abbia compiuto, avendo aumentato le recite, gli spettatori, gli abbonamenti, il numero e l’incisività delle produzioni. L’acquisizione di Niccolini e Teatro Studio ha completato un sistema di spazi articolato, con identità in via di definizione, ma precise nelle intenzioni (la Pergola come luogo dei grandi allestimenti, il Niccolini come teatro dell’attore e della parola in italiano, Scandicci come il laboratorio nel quale si va alla ricerca di un nuovo specifico per il teatro, Pontedera come momento di sintesi tra innovazione e tradizione).

Si presentano in una volta sola le attività nel loro complesso, le quattro stagioni, gli eventi speciali, la programmazione per famiglie. Una sfida che mira ad allargare ancora il pubblico, a coinvolgere e anche a formare spettatori nuovi, a creare nuove sinergie con le altre strutture del territorio. Con la sua programmazione, le sue realtà formative (il Centro d’Avviamento all’Espressione, l’Oltrarno, il Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards – tra agosto e settembre al Fringe Festival di Edimburgo –, il Laboratorio di Costumi e Scene del Teatro della Pergola, l’Accademia dell’Uomo), i suoi progetti per i giovani (tra tutti, l’Alternanza Scuola-Lavoro), e le attività museali, la Fondazione prosegue il proprio volo, verso altri orizzonti.

TEATRO STUDIO ‘MILA PIERALLI’ DI SCANDICCI

7 – 8 ottobre 2016
MACBETH
essere (e) tempo
di William Shakespeare
regia Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni

22 – 23 novembre 2016 ALLUVIONE. 50 ANNI DOPO PRIMA NAZIONALE
IL FILO DELL’ACQUA
L’alluvione, le alluvioni
di Francesco Niccolini
regia Roberto Aldorasi e Francesco Niccolini

6 – 11 dicembre 2016
ANIMALI DA BAR
uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
regia Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti

31 gennaio – 5 febbraio 2017
Gianluca Ferrato
TRUMAN CAPOTE. QUESTA COSA CHIAMATA AMORE
di Massimo Sgorbani
impianti e regia Emanuele Gamba

10 – 11 febbraio 2017
Valerio Malorni
L’UOMO NEL DILUVIO
uno spettacolo di Simone Amendola e Valerio Malorni

17 – 18 febbraio 2017
HITCHCOCK. A love story
scritto da Fabio Morgan
regia Leonardo Ferrari Carissimi

24 – 25 febbraio 2017
Andrea Cosentino
LOURDES
un progetto di CapoTrave e Andrea Cosentino
adattamento e regia Luca Ricci

3 – 9 marzo 2017
Zaches Teatro
NUOVA PRODUZIONE
PRIMA NAZIONALE

16 – 18 marzo 2017
LA BOUTIQUE DEL MISTERO
ispirato ai racconti di Dino Buzzati
regia Giulio Costa

23 – 25 marzo 2017
Elena Bucci Marco Sgrosso Daniela Alfonso
COSPIRATORI ovvero PRIMA DELLA PENSIONE
una commedia dell’anima tedesca
di Thomas Bernhard
progetto, scene e regia Elena Bucci e Marco Sgrosso

30 marzo – 1 aprile 2017
IL NULLAFACENTE
di Michele Santeramo
regia Roberto Bacci


GLI SPETTACOLI

7 – 8 ottobre 2016
Archivio Zeta e Elsinor
MACBETH essere (e) tempo
di William Shakespeare

con Stefano Braschi, Gianluca Guidotti, Ciro Masella, Giuditta Mingucci, Enrica Sangiovanni e cast in via di definizione
regia Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni

Dopo una lunga permanenza nella classicità e un anno pasoliniano, la compagnia Archivio Zeta si misura con il suo primo Shakespeare, grazie alla sinergia creata dalla co-produzione con Elsinor Centro di Produzione Teatrale, che nel suo percorso ha più volte incontrato le opere del Bardo.

Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni hanno deciso di lavorare sull’impronunciabile dramma scozzese perché, oltre a essere azione tragica e criminale che ha legami profondi con le vicende di Oreste ed Edipo, questo copione è fonte inesauribile di riflessioni filosofiche e politiche.

22 – 23 novembre 2016 ALLUVIONE. 50 ANNI DOPO
Arca Azzurra Teatro
Dimitri Frosali Massimo Salvianti Lucia Socci
IL FILO DELL’ACQUA
L’alluvione, le alluvioni
di Francesco Niccolini
regia Roberto Aldorasi e Francesco Niccolini

Cinquant’anni fa l’Arno fu protagonista di un’autentica guerra, che non abbiamo più smesso di combattere. Raccontare oggi quella storia, storia d’acqua e resurrezione, non è una banale cerimonia del ricordo, ma un rito collettivo e fondamentale, per chi – non dimenticando – vuole cercare i veri problemi e prevenire altra distruzione. Senza fatalismo. E senza dare colpa all'acqua.

Il filo dell’acqua, scritto da Francesco Niccolini, regia di Roberto Aldorasi e Francesco Niccolini, segue tre voci per un canto che intreccia poesia, storia e la memoria di chi c’era. E poi la musica, le immagini, le parole di allora, i telegiornali, le opere d’arte, le prime pagine dei giornali, le voci, il pianto, tutto mischiato, vicino e lontano, in quel contraddittorio, spaventoso e al tempo stesso meraviglioso momento in cui tutto quello che è normalità e quotidianità salta e diventa straordinario e condiviso.

Una produzione Arca Azzurra Teatro.

Un racconto in forma di poema installazione e rito collettivo che parla di cinquant'anni fa come fosse oggi, perché l'alluvione di Firenze, quel 4 novembre 66, non fu la prima e non è stata l'ultima. Perché l'alluvione di Firenze è stata anche l'alluvione di tutta la Toscana, l'acqua alta di Venezia, l'allagamento di mezza Italia: tutto in una notte. Allora come ora. In nome dell’acqua. In nome della vita. In nome del bene comune.

La cronaca di quei giorni: incalzante, ora dopo ora; di più: minuto dopo minuto. Di come in ventiquattr’ore piovve l’acqua di 100 giorni, di come la città non fu avvertita. Minuto dopo minuto: l’ultima notte senza sapere, un risveglio da incubo, e ottanta ore di follia, raccontate mischiando ricordi, testimonianze, lettere, la voce di Sergio Zavoli in RAI, i titoli di giornali che mai arrivarono in edicola, semplicemente perché le edicole, in strada, non c’erano più. Giorni che sconvolsero l’Italia, da Venezia a Firenze. E la tragedia di una città abbandonata, che ogni cent’anni finisce sott’acqua, senza che mai – dal Trecento a oggi – sia stato preso rimedio, né studiato un sistema d’allarme.

Scandito dal ritmo perenne dell’acqua e della pioggia, il poema prende corpo: in scena due uomini, una donna, e un immenso aggrovigliarsi di oggetti travolti dall'acqua. Suoni, rumori, immagini, tutto che scorre. Insieme raccontano e restituiscono il ricordo di giorni orribili e meravigliosi. Sì, perché incredibilmente – nella mente di tutti i protagonisti – quei momenti restano allo stesso tempo i giorni dell’umiliazione e della meraviglia, del furore e dell’entusiasmo, dell’indignazione e della solidarietà. Del lutto e della rinascita. Come al solito, tutto mischiato.

La storia immensa di una catastrofe che poteva essere mille volte di più. Ma anche la storia di una catastrofe che, almeno in parte, poteva essere evitata. Un lungo racconto che non poteva essere affidato a una voce sola, perché storia corale, che parla di vita e di bene comune, di oblio e di un’umanità intera. Che parla di una città, Firenze, dei suoi ponti, delle sue opere d’arte, delle sue biblioteche, delle sue persone. Che parla di un paese, l’Italia, che da molti anni non riesce a interrompere questa lunga, terribile, umiliante corruzione del proprio corpo. E della propria anima.

6 – 11 dicembre 2016
Fondazione Teatro della Toscana
ANIMALI DA BAR
uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia Gabriele Di Luca
regia Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti
Fondazione Teatro della Toscana
in collaborazione con Festival Internazionale di Andria | Castel dei Mondi

C’era una volta una metropoli. Dentro la metropoli, un quartiere. Dentro al quartiere, il bar. Qui Carrozzeria Orfeo continua a scandagliare i paradossi e le ipocrisie del nostro tempo con Animali da bar, il Premio Hystrio Twister 2016, organizzato dalla rivista Hystrio.
In scena, con un linguaggio schietto e cinico, le contraddizioni della vita quotidiana: seduti al bancone di un bar, sei animali notturni, illusi e perdenti, provano a combattere, nonostante tutto, aggrappati ai loro piccoli squallidi sogni, a una speranza che resiste troppo a lungo.
Una produzione Fondazione Teatro della Toscana, in collaborazione con Festival Internazionale di Andria | Castel dei Mondi.
Animali da Bar nasce per indagare le dinamiche del nostro presente e per esplorare un mondo marginale, urbano e degradato, attraverso i modi di una commedia amara, cinica e lontana da ogni tentativo di lettura politicamente corretto della realtà. Il bar della Compagnia Carrozzeria Orfeo è un luogo onirico e concreto al tempo stesso. Un bar come tutti ce lo potremmo immaginare attraverso il quale, però, è possibile intravedere i segni di un passato felice, ma ormai perduto. Una sorta di purgatorio all’interno del quale i protagonisti consumano le loro esistenze tra una birra media e il proprio desiderio di riscatto. Il locale è infatti abitato da personaggi strani: un vecchio malato, misantropo e razzista che si è ritirato a vita privata nel suo appartamento; una donna ucraina dal passato difficile che sta affittando il proprio utero a una coppia italiana; un imprenditore ipocondriaco che gestisce un’azienda di pompe funebri per animali di piccola taglia; un buddista inetto che, mentre lotta per la liberazione del Tibet, a casa subisce violenze domestiche dalla moglie; uno zoppo bipolare che deruba le case dei morti il giorno del loro funerale; uno scrittore alcolizzato costretto dal proprio editore a scrivere un romanzo sulla Grande Guerra.
“Lo spettacolo vanta la prestigiosa collaborazione di Alessandro Haber che ha prestato la sua voce (sempre fuori campo) al personaggio del Vecchio”, dice Gabriele Di Luca, drammaturgo, regista e attore dello spettacolo, “l’intero gruppo di attori con cui ho avuto la fortuna di lavorare si è dimostrato fin da subito entusiasta, professionale e totalmente aderente al progetto. A mio avviso, l’interpretazione fresca e incisiva che ognuno di loro è riuscito a dare al proprio personaggio costituisce uno degli ingredienti fondamentali della godibilità di Animali da Bar”.
In scena questi sei animali notturni, illusi e perdenti, provano a combattere, nonostante tutto, aggrappati ai loro piccoli squallidi sogni, a una speranza che resiste troppo a lungo. Come quelle erbacce infestanti e velenose che crescono e ricrescono senza che si riesca mai a estirparle. E se appoggiati al bancone troviamo gli ultimi brandelli di un Occidente rabbioso e vendicativo, fatto di frustrazioni, retorica, falsa morale, psicofarmaci e decadenza, oltre la porta c’è il prepotente arrivo di un “Oriente” portatore di saggezze e valori. Valori, però, ormai svuotati e consumati del loro senso originario e commercializzati come qualunque altra cosa. Tutto, infatti, è venduto, sfruttato e contrattato in Animali da Bar. La morte e la vita, come ogni altra merce, si adeguano alle logiche del mercato.
“Nelle desolate e dimenticate periferie delle nostre storie”, conclude Di Luca, “emergono ferite familiari lontane, drammi odierni, fatti di cronaca, solitudini incolmabili e felicità inesistenti, che ci piace restituire allo spettatore evidenziando, soprattutto, gli aspetti tragicomici di esistenze che commuovono e fanno ridere nello stesso istante. Tentiamo di fotografare senza fronzoli un’umanità socialmente instabile, carica di nevrosi e debolezze, attraverso un occhio sempre lucido, divertito e, soprattutto, innamorato dei personaggi che racconta”.

31 gennaio 2017 – 5 febbraio 2017Fondazione Teatro della Toscana
Gianluca Ferrato
TRUMAN CAPOTE. Questa cosa chiamata amore
di Massimo Sgorbani
impianti e regia Emanuele Gamba

Truman Capote sul palco del Teatro Studio. Gianluca Ferrato fa rivivere in scena l’autore di A sangue freddo, di cui quest’anno ricorrono i 50 anni dalla prima pubblicazione, in Truman Capote. Questa cosa chiamata amore.
Un monologo da e su uno dei più grandi scrittori americani del ‘900, in uno spazio teatrale mutevole e leggero, una pelle prismatica di camaleonte pronto alla trasformazione, com’era la lucentezza della prosa di Truman Capote.
Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.
“Tutta la letteratura è pettegolezzo”. Così Truman Capote liquidava con una delle sue abituali provocazioni anti-letterarie qualsiasi visione sacrale dell’arte e dell’artista. ‘Pettegolezzo’ inteso come svelamento di ciò che non si sa, indagine sui lati oscuri dell’America, in modo leggero e profondo, snob e vivace come un vodka martini. È il Capote più irriverente, infatti, quello che emerge da Truman Capote. Questa cosa chiamata amore, la nuova produzione della Fondazione Teatro della Toscana, un inedito di Massimo Sgorbani per Gianluca Ferrato, diretto da Emanuele Gamba, il regista di Spring Awakening (tratto da Risveglio di primavera di Frank Wedekind), il musical sulla paura ed esaltazione che da sempre i ragazzi provano per il dolce mistero dello sbocciare del proprio corpo, premiato alla IV edizione del Gold Elephant World – International Film and Musical Festival di Catania. Capote il dandy, l’esibizionista, il personaggio pubblico prima ancora che il grande scrittore: l’anticonformista per eccellenza può permettersi di parlare con la stessa dissacrante arguzia di Hollywood e della società letteraria newyorkese, di Jackie Kennedy e Marilyn Monroe, di Hemingway e Tennessee Williams, senza mai risparmiare se stesso, i suoi vizi, le sue manie, i suoi successi e fallimenti.
Il suo stile, decadente, ironico e iconoclasta ha segnato la letteratura degli Stati Uniti: Truman Capote, geniale scrittore, giornalista e drammaturgo, è stato, dopo Hemingway, forse il più grande esempio di autore divenuto protagonista, e vittima, dello star system a stelle e strisce. Un predestinato alla scrittura. Inizia a scrivere a otto anni, a diciassette le prime pubblicazioni, a diciannove vince il primo O. Henry Award della sua vita. Il suo stile è già formato, come ammetterà lui stesso negli ultimi anni della sua vita; cambia l’oggetto dei suoi racconti, la materia tra le mani, ma il suo stile è quasi identico a quello della sua giovinezza, e si basa tantissimo sul suono e sul ritmo delle parole.
Dopo un’infanzia difficile e con l’aggravante, per l’America dell’epoca, dell’omosessualità, Capote, sotto i lustrini di feste e copertine di riviste, ha saputo raccontare tanto la frizzante società newyorkese, quanto il cuore più nero del suo Paese. Il tutto con una lingua costruita alla perfezione, vero elemento distintivo della sua produzione, tanto quanto i temi di cui si è occupato nei suoi libri, da Colazione da Tiffany a Marlon Brando. Partito dai bassifondi, lavorando come fattorino, Capote ha conosciuto il successo con i racconti, per poi imporsi definitivamente con il romanzo-verità A sangue freddo di cinquant’anni fa (1966), storia del massacro di una famiglia e capostipite di un nuovo tipo di giornalismo letterario. Poi alcol e droga hanno infiacchito il suo talento, a lungo cristallino e unico. Ma trent’anni dopo la sua morte, per cirrosi epatica nell’agosto del 1984, a neppure 60 anni di età, non possiamo che rimpiangere il suo genio e anche la sua candida e disperata voglia di stupire e, probabilmente, di essere apprezzato e amato.
“Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è intesa unicamente per l’autoflagellazione”. Se per Capote il suo talento è stato una frusta, per tutti noi è solo piacere puro.

10 – 11 febbraio 2017
Blue Desk
Valerio Malorni
L’UOMO NEL DILUVIO
uno spettacolo di Simone Amendola e Valerio Malorni

Lo spettacolo si confronta con lo spettatore su un’urgenza generazionale, sociale, del presente allargato, della società e del Paese in cui ci hanno costretto a vivere. In un momento in cui la parola emigrazione è così tragica e reale, tra la forma monologo e altri codici (video, relazione con il pubblico) assistiamo a un’impresa nella soggettiva di Valerio Malorni. Una produzione Blue Desk.

17 – 18 febbraio 2017
Progetto Goldstein
Anna Favella Luca Mannocci
HITCHCOCK. A love story
scritto da Fabio Morgan
regia Leonardo Ferrari Carissimi

Due giovani attori si incontrano durante il provino per uno spettacolo teatrale dedicato alla filmografia del maestro del brivido, Alfred Hitchcock.
Le fitte trame dei film si intrecciano con la vita privata dei due protagonisti, Anna Favella Luca Mannocci, in un divertente alternarsi tra finzione e realtà.
Una produzione Progetto Goldstein.

24 – 25 febbraio 2017
CapoTrave/Kilowatt e Pierfrancesco Pisani/Infinito srl
con il sostegno di Regione Toscana – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Federgat/I Teatri del Sacro
Andrea Cosentino
LOURDES
un progetto di CapoTrave e Andrea Cosentino
adattamento e regia Luca Ricci

Dall’omonimo romanzo d’esordio di Rosa Matteucci (Adelphi), Lourdes dà vita a un divertente carnevale di personaggi, ciascuno con le proprie aspettative e speranze, tutti in viaggio verso Lourdes, tutti in attesa di un miracolo. Andrea Cosentino è Maria Angulema, che ha deciso di intraprendere quel lungo viaggio in treno come volontaria dama di carità, per chiedere alla Madonna spiegazioni sulla morte improvvisa del padre.
Una produzione CapoTrave/Kilowatt e Pierfrancesco Pisani/Infinito srl, con il sostegno di Regione Toscana – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Federgat/I Teatri del Sacro.

3 – 9 marzo 2017
Fondazione Teatro della Toscana
Zaches Teatro
NUOVA PRODUZIONE

16 – 18 marzo 2017
TrentoSpettacoli
con il sostegno di Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto e di Ferrara OFF, Associazione Giardino Buzzati con la collaborazione di Associazione Internazionale Dino Buzzati §
Woody Neri Alice Conti Maura Pettorruso Stefano Pietro Detassis
LA BOUTIQUE DEL MISTERO
uno spettacolo ispirato ai racconti di Dino Buzzati
drammaturgia a cura di Giulio Costa e Maura Pettorruso
regia Giulio Costa

La boutique del mistero è uno spettacolo fondato sulle parole, sui personaggi e sulle storie di Dino Buzzati, ma che arriva a parlare in modo diretto alla nostra contemporaneità e al nostro tempo.
I racconti scelti sono tra i più significativi dell’opera di Buzzati, rappresentano al meglio le tematiche più care all’autore come la solitudine, la paura, l’angoscia e i paradossi dell’età contemporanea, narrati con il suo inconfondibile stile magico e surreale. Con Woody Neri Alice Conti Maura Pettorruso Stefano Pietro Detassis.
Una produzione TrentoSpettacoli, con il sostegno di Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto e di Ferrara OFF, Associazione Giardino Buzzati, con la collaborazione di Associazione Internazionale Dino Buzzati.

23 – 25 marzo 2017
ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione – Fondazione Teatro della Toscana in collaborazione con Le belle bandiere
Elena Bucci Marco Sgrosso Daniela Alfonso§
COSPIRATORI ovvero PRIMA DELLA PENSIONE
una commedia dell’anima tedesca
di Thomas Bernhard
progetto, scene e regia Elena Bucci e Marco Sgrosso

Elena Bucci, Marco Sgrosso con Daniela Alfonso mettono in scena Cospiratori ovvero Prima della pensione, una commedia dell’anima tedesca di Thomas Bernhard.
Tra ambigue memorie d’infanzia e di guerra, un raccapricciante album fotografico risfogliato anno dopo anno, recriminazioni incrociate, grottesche mascherate e brindisi spettrali, si consuma un rito fuori tempo che precipita verso un finale sospeso tra il dramma e la tragica ironia, come tutta la commedia stessa, definita da Benjamin Heinrichs “il più complicato, il più sinistro, il testo migliore di Bernhard”. E, si tratti di farsa o tragedia, non c’è possibilità di interrompere la recita prima della penosa conclusione.
Una produzione ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione e Fondazione Teatro della Toscana, in collaborazione con Le belle bandiere.
In una stanza austera con finestre socchiuse su una realtà misteriosa e nemica una famiglia di fratelli, Rudolf, Vera e Clara, pratica e subisce con maniaca precisione i riti che ne costituiscono l’identità e ne guidano i sentimenti. I tre paiono esistere soltanto in questo morboso incatenarsi l’uno all’altro, fantasmi che sbiadiscono se lasciati in solitudine e, soprattutto, se lasciati senza parole da dire e da ascoltare. Le parole sono la vita stessa, l’energia che racconta, affascina, travolge, si infila in ogni spazio, prende in giro, violenta, lenisce, si erge a protezione contro il vuoto, le possibili fughe, il cambiamento, perfino la morte. Attraverso la ripetizione dei racconti e dei rituali i fratelli, senza altre famiglie e discendenze, ricompongono momento per momento il proprio ritratto immobile al di là dei mutamenti del tempo, trasformano il reticolato dei gesti quotidiani nell’epica della loro esistenza, tracciano da soli il proprio mito, incastonandosi a forza nella storia che li ha lasciati da parte. Disegnandoli tanto immersi nella loro miserabile devozione ad una delle ideologie – o religioni? – più folli e criminali che abbiamo conosciuto, Thomas Bernhard riesce, ancora una volta, a farci innamorare dell’umano rivelandone l’orrore, magia nella quale è maestro. Ci pare di sentire, grazie alla trasformazione della memoria in scrittura, come possano accadere, nella vita di ognuno e nella storia, gli eventi incomprensibili alla ragione.
Nel giorno del compleanno di Himmler, il giudice Rudolf Holler, ex ufficiale delle SS prossimo alla pensione, celebra la curiosa ricorrenza con un festino segreto, una “cena d’anniversario” allestita con cura meticolosa per lui da sua sorella Vera, amante e musa devota, con la partecipazione ostile ma complice dell’altra sorella inferma Clara, vittima e al tempo stesso carnefice dei suoi due congiunti.
La stanza nella quale tutto si svolge è un mondo intero dove le geometrie sono segnate dai movimenti ripetuti nel tempo, come accade in ogni luogo nel quale gli animali umani segnano i loro territori, le tane, le arene di combattimento. Gli oggetti, gli abiti, i mobili emanano il mistero di strumenti per antichi rituali, mentre i gesti quotidiani diventano a tratti danza e le parole, musica. Le finestre con le loro tende, vibrante diaframma che separa dalla realtà, dominano la stanza in bianco e nero, immutabile e mai ferma.

30 marzo – 1 aprile 2017
Fondazione Teatro della Toscana – ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione
IL NULLAFACENTE
di Michele Santeramo con Michele Cipriani, Savino Paparella, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini
regia Roberto Bacci

In un tempo che richiede presenza, prestanza, efficienza, ritmo, lavoro, programmazione, Michele Santeramo racconta uno che non fa niente. Con metodo, applicazione, pazienza, determinazione. Il nuovo lavoro con la regia di Roberto Bacci si concentra su quella felicità che cerchiamo altrove, e questo altrove non esiste fino a quando non lo guardiamo. E se esiste, quando lo guardiamo, esiste solo nei nostri occhi, nella nostra percezione. Cosa, ogni giorno, non dobbiamo fare, per stare bene? In scena Michele Cipriani, Savino Paparella, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini.
Una produzione Fondazione Teatro della Toscana – ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione.
“Il Nullafacente ha una Moglie malata, per fortuna di un male incurabile. Per fortuna, già, perché essendo incurabile, non bisogna nemmeno far nulla per provare a guarirlo. Sarebbero felici, nonostante tutto, se solo li lasciassero in pace.
Ma purtroppo, intorno a loro due, c’è il mondo che si muove, con la sua morale, la sua etica, le sue regole. Intorno a loro il Fratello, il Medico, il Proprietario, sono a diverso titolo rappresentanti di quel mondo dal quale il Nullafacente vorrebbe star fuori, dal quale in realtà sta fuori. E piano, lentamente, con i mezzi di cui dispongono, poveri, i tre riescono a far cambiare le cose. In meglio o in peggio non si sa: questo dipende da come si guarda il mondo. C’è una sola partita che val la pena giocare: quella con la morte. Ineluttabile, certo, inguaribile, per carità, ma il Nullafacente ha capito che disporre del proprio tempo è l’unica maniera per provare a giocare quella partita: disporre di ogni minuto, ogni secondo, senza che nulla inquini lo scorrere, sempre più lento, del tempo, il godere, sempre più profondo, dei momenti. Questa è la partita da giocare. L’unica, per il Nullafacente. La sua teoria è diventata pratica, e se solo non fosse una persona, questo Nullafacente, e se solo sua Moglie non fosse una persona, con tutte le loro debolezze umane, le loro tenerezze, i loro desideri, magari riuscirebbero nel compito estremo di essere felici.
Questo testo è il tentativo di mettere in scena un pezzo della vita di questi personaggi, ciascuno con la sua ossessione, il suo punto di vista, il suo comportamento. Scriverlo è stato ed è ancora, per me, il continuo e quotidiano riflettere su cosa sia giusto fare per stare bene. Ma il Nullafacente, un giorno, ha voluto correggermi e mi ha detto: caro mio – siamo ormai in confidenza –, tu sbagli domanda; quella giusta sarebbe: cosa, ogni giorno, NON devo fare, per stare bene?”. Michele Santeramo

A cura dell'ufficio stampa della Fondazione Teatro della Toscana

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Pubblicata Mercoledì 22 Giugno 2016 18:42
Ultimo aggiornamento Lunedì 16 Gennaio 2017 10:56